Fabrizio Amoroso - Il mare e l'emofilia: due sfide, la stessa forza - 2° classificato al 3° trofeo Golfo di Vasto Open Water Cup, distanza 1.500m non stop

Fabrizio Amoroso - Il mare e l'emofilia: due sfide, la stessa forza - 2° classificato al 3° trofeo Golfo di Vasto Open Water Cup, distanza 1.500m non stop

Fabrizio Amoroso si è classificato secondo al 3° TROFEO Golfo di Vasto Open Water Cup, distanza 1.500m non stop, non con poche difficoltà e ci regala questa profonda metafora che lega il nuoto in mare aperto alla vita di un emofilico. Due mondi apparentemente lontani ma che, per lui, condividono la stessa essenza: affrontare sfide che gli altri spesso non vedono.

La prima riflessione riguarda la forza invisibile, il combattimento silenzioso.

Quando una persona osserva un atleta nuotare in mare, vede soltanto il gesto sportivo. Non vede le correnti che spingono nella direzione opposta, le onde che spezzano il ritmo, le meduse che possono colpire all'improvviso. Sono ostacoli nascosti, conosciuti solo da chi è immerso nell'acqua.

L'emofilia è molto simile. Chi ci incontra vede la persona, ma non vede ciò che affrontiamo ogni giorno. Non vede il timore di un'emorragia, il dolore di un'articolazione compromessa, le terapie, la programmazione costante della propria vita. Dietro un'apparente normalità esiste una battaglia quotidiana che combattiamo in silenzio, spesso senza che nessuno se ne accorga.

La seconda metafora è quella della resilienza mentale, di quella che mi piace definire una vera e propria "mente d'acciaio".

Durante la gara sono stato punto da una medusa quando mancavano circa 800 metri all'arrivo. Il dolore al braccio sinistro era intenso, ma sapevo che fermarmi avrebbe significato rinunciare al traguardo. Così ho continuato a nuotare, bracciata dopo bracciata, convivendo con quel dolore fino alla fine.

In quel momento ho rivissuto ciò che ogni persona con emofilia conosce bene. Il dolore provocato dai sanguinamenti, dai versamenti articolari, dalle conseguenze di una malattia cronica non è soltanto fisico: è una prova continua di resistenza. Eppure impariamo a conviverci, senza smettere di inseguire i nostri obiettivi, la nostra carriera, i nostri sogni.

La puntura della medusa, in un certo senso, mi è sembrata quasi familiare. Noi emofilici, nel corso della vita, siamo stati "punti" migliaia di volte dalle siringhe necessarie per le infusioni dei fattori della coagulazione o per affrontare le conseguenze di traumi ed emorragie. Ogni puntura rappresenta una sfida, ma anche un passo avanti.

Per questo, anziché fermarmi, ho stretto i denti e ho continuato. Ho dato tutto quello che avevo fino alla spiaggia. Una volta uscito dall'acqua, restavano gli ultimi metri di corsa verso il traguardo. Con un ginocchio protesizzato non potevo correre come gli altri e ho perso ancora qualche secondo. Ma non ho mollato.

Sono riuscito a concludere la gara al secondo posto.

Quel risultato vale molto più di una posizione in classifica. È la dimostrazione che i limiti non sempre possono essere eliminati, ma possono essere affrontati. Si può convivere con una malattia cronica, con il dolore e con gli ostacoli, continuando comunque ad andare avanti.

Perché, in fondo, la vittoria più importante non è arrivare primi. È non smettere mai di nuotare controcorrente.

A.MA.R.E. aps

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